Sentire troppo
- Matteo Crevani
- 6 nov 2024
- Tempo di lettura: 1 min
Aggiornamento: 24 ore fa
Capita che alcuni pazienti riportino la sensazione di sentire troppo le emozioni, siano esse positive che negative, senza la possibilità di contenerle adeguatamente. Ritengo che nella maggioranza dei casi il percepito emotivo del paziente sia spesso accompagnato da una difficoltà di ascolto ed elaborazione simbolica dell’emozione.
Generalmente utilizzo con i miei pazienti la metafora del rapporto tra una madre ed un neonato per spiegare da dove deriva la loro percezione, spesso accompagnata da un senso di frustrazione, del loro “sentire troppo”: un bambino che vive una mancanza inevitabilmente esprime la sua angoscia attraverso il pianto, ma è l’assenza prolungata di un ascolto materno che rende l’intensità di quel pianto disturbante.
Nel mondo interno di quei pazienti manifestanti una ipersensibilità emotiva, coesistono pertanto una parte della personalità identificabile nell’infante deprivato e un’altra identificabile nel genitore non predisposto all’ascolto dei bisogni emotivi. Spesso il paziente identifica nella sofferenza del primo, reietto della propria psiche, il suo “difetto da correggere”. Al contrario la parte genitoriale assume le sembianze di un giudice corrotto, restio ad assolvere l’Io dalle proprie fragilità.
Risulta pertanto compito della terapia favorire lo sviluppo di una capacità di ascolto volta a contenere ed elaborare il “sentire” emotivo rinnegato, in un processo di costante re-integrazione delle parti fragili della personalità.




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