Agiti del terapeuta
- Matteo Crevani
- 6 nov 2024
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 24 ore fa
“Il mio terapeuta mi ama così tanto da rispondermi anche a mezzanotte”, “Il mio terapeuta capisce la mia situazione infatti a volte non mi fa pagare le sedute”, “Con il mio terapeuta ho un rapporto speciale, infatti ci incontriamo anche al di fuori dello studio in caso di bisogno”. Questi sono solo alcuni esempi utili per comprendere come, dietro l’apparente disponibilità assoluta nei confronti dei pazienti, si annidino vissuti controtransferali non elaborati, capaci di minare il percorso terapeutico nella sua funzione di cura. Con agiti del terapeuta intendo quell’insieme di reazioni non pensate messe in atto dal terapeuta nella relazione con i pazienti, o a partire da propri vissuti emotivi controtransferali o in seguito a specifiche modalità di funzionamento patologiche che possono caratterizzare le relazioni con i pazienti più gravi. Le due situazioni non sono perfettamente sovrapponibili. Gravi deturpazioni del setting, del contratto e del ruolo del terapeuta, come nelle concessioni sopracitate, possono infatti avere origine a partire da bisogni inconsci del professionista che nulla hanno a che vedere con le necessità cliniche del paziente. Vi sono invece altre situazioni in cui alcuni pazienti, tendenzialmente i pazienti iscrivibili all’interno di un quadro borderline o psicotico, proiettano pervasivamente all’interno della relazione terapeutica i propri nuclei emotivi non elaborati e le modalità disfunzionali di relazione con il proprio sé. Grinberg utilizzò il termine di contro-identificazione proiettiva per definire l’insieme di agiti dissociati del terapeuta, elicitati dai meccanismi di difesa patologici utilizzati da questo tipo di pazienti. In entrambi i casi, siano tali agiti il derivato di vissuti emotivi personali oppure il prodotto di un meccanismo di difesa patologico messo in atto da un paziente, l’analisi personale e lo spazio di supervisione rappresentano i soli strumenti utili per prevenire mutazioni distruttive del percorso terapeutico. Ovviamente esistono casi limite tali per cui l’intervento del terapeuta al di fuori del setting risulta necessario. Diviene però altrettanto fondamentale non lasciare tale intervento estraneo alla riflessione all’interno dello spazio di analisi, per poterne capire, assieme al paziente, la reale bontà o la potenziale distruttività.




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