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Amorevoli confini

  • Immagine del redattore: Matteo Crevani
    Matteo Crevani
  • 6 nov 2024
  • Tempo di lettura: 1 min

Aggiornamento: 24 ore fa

Ogni cambiamento implica necessariamente la fine di qualcosa e la necessità di elaborare il lutto che ne consegue. In molti pazienti la fine in senso lato, non solo quella relativa alla morte, rappresenta una fonte di angoscia incontenibile. La terapia si fa promotrice dello sviluppo di questa capacità contenitiva del dolore, in favore della spinta alla separazione, all’indipendenza e alla crescita personale. Considero cardinale nel lavoro terapeutico tracciare degli amorevoli confini capaci di svolgere questa funzione di contenimento.

Un amorevole confine non è solo fondamentale per salvaguardare una buona relazione con l’Altro da Sé, incoraggiandone il riconoscimento, ma anche per promuovere l’evoluzione di un’immagine di Sé “sufficientemente buona”, vale a dire capace di rispecchiarsi anche nei propri limiti.

L’assenza di confini o la presenza di confini claustrofobici rappresentano aspetti strutturali alla base di quelle sofferenze psicopatologiche segnate dall’incapacità di accettare ciò che non si è più (o ciò che non si ha più) e ciò che non si potrà mai essere (o ciò che non si potrà mai avere).

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Dottor Matteo Crevani, Psicoterapeuta Psicoanalitico

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