Il riconoscimento del trauma: riflessioni in analisi sulle proteste per Gaza
- Matteo Crevani
- 2 ott
- Tempo di lettura: 2 min
Il giorno successivo al movimento comune di protesta nei confronti del massacro che si perpetua nella Striscia di Gaza porta con sé il tema del riconoscimento del trauma nella stanza d’analisi e i riflessi che tale movimento stimola nella vita intrapsichica di ognuno di noi. Riconoscere il significato profondo della protesta apre le porte alla possibilità che l’esperienza traumatica possa essere compresa e non rimossa. Nel percorso analitico assume un ruolo primario la possibilità che il trauma dei nostri pazienti, nelle sue molteplici sfaccettature, possa trovare un luogo che promuove il suo ascolto e contenimento, legittimando i movimenti emotivi derivanti da esso, per quanto spaventosi, angoscianti e dolorosi essi siano. Questo è il processo necessario per promuovere una reale trasformazione e far si che il trauma non si riattualizzi attraverso quel principio psichico che Sigmund Freud definì “coazione a ripetere”.
In tal senso trovo fuorvianti e sintomatiche le mutazioni interpretative del movimento di protesta, sostenute da una narrativa che imprime al grido lanciato una impronta francamente politica e violenta, decontestualizzando il messaggio ed evidenziandone solo gli aspetti maggiormente disturbanti (gli scontri a Milano rappresentano un’infelice mutazione del reale movimento messo in atto). Una narrazione volta ancora una volta all’individuazione di un nemico all’interno del quale proiettare l’angoscia. Del resto i meccanismi di difesa psicopatologici non riguardano solo il microcosmo dell’essere umano, ma anche il macrocosmo della società.
Per quanto non si possa non riconoscere che lo sguardo verso la ferita sanguinante di Gaza sia sempre più focalizzato, sono altrettanto evidenti le derive narcisistiche che alimentano l’idea che tale ferita sia necessaria, che non sia dolorosa e, in definitiva, che sia meritata. E’ il pensiero che alimenta l’idea che lo sconosciuto, il lontano, il diverso è anche potenzialmente il nemico e che pertanto può soffrire e la sua sofferenza non può scalfirci. Il narcisismo di fatto non è altro che il costante disconoscimento di una ferita nel nome della grandiosità; è ciò che, ad esempio, porta il Presidente degli Stati Uniti, durante un memoriale, a sottolineare di “odiare i suoi nemici” piuttosto che “piangere per un amico”. E’ ciò che favorisce quel meccanismo di riparazione maniacale, atto a proteggere il soggetto dal lutto e dall’esperienza del dolore ad esso connessa e che porta a immaginare già ora come ricostruire Gaza a propria immagine e somiglianza mentre i bambini stanno ancora morendo.
Una struttura difensiva così dannosa da sminuire sia la rabbia e l’aggressività alla base di chi attacca, sia la sofferenza di chi subisce l’attacco, disconoscendone inevitabilmente le origini. E’ noto, non solo nella psicologia clinica ma nella storia sociale, che i più grandi persecutori non sono altro che la degenerazione di piccoli perseguitati. Ecco allora che impedire che tale deriva traumatica si ripeta generazione dopo generazione è un compito più che mai urgente.
Di fronte a questo tipo di fantasmi ci si può solo muovere all’interno di quella ferita, rimanendo in contatto con quelle emozioni, salvaguardando la memoria e mantenendo un reale spirito democratico troppo spesso ridotto a mera maschera sociale. Lo spirito democratico che di fatto qualsiasi psicoterapia degna di questo nome deve promuovere; volto alla legittimazione dell’esistenza dell’altro, dello sconosciuto che poi non è altro che una parte di noi.




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