Brecce nel setting
- Matteo Crevani
- 6 nov 2024
- Tempo di lettura: 1 min
Aggiornamento: 23 ore fa
Non è raro che i pazienti esprimano emozioni, desideri e bisogni, spesso riconducibili a specifiche parti della personalità censurate, attraverso il rapporto che intrattengono con il setting caratterizzante la relazione con l’analista. Ritardi nelle sedute o nei pagamenti, assenze o annullamenti a ridosso della seduta, improvvise richieste di diluizione della frequenza e contenuti espressi a tempo ormai terminato, rappresentano solo alcuni degli agiti che possono verificarsi all’interno di un percorso terapeutico. Compito del terapeuta risulta essere quello di rendere elaborabili i contenuti emotivi alla base dei fenomeni sopracitati, portando così la cornice terapeutica a divenire a tutti gli effetti elemento di analisi all’interno della relazione. Mantenere un setting rigido, risultando punitivi, o consentire la destrutturazione dello stesso senza distinzione o possibilità di ricerca di un significato, risultando eccessivamente malleabili, non solo espone il terapeuta all’angoscia di frustrazione contro-transferale ma favorisce la reiterazione della censura emotiva operata dal paziente. Pur sostenendo l’ipotesi che, idealmente, più un paziente è grave e maggiore è la necessità di un setting solido nelle sue costanti spazio-temporali e di contratto, considero pericoloso cadere in generalizzazione e non basarsi sull’unicità della relazione terapeutica.




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